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DOCUMENTO PER IL CONGRESSO DI SEZIONE

Come è scritto in premessa al Documento per il XVII Congresso Nazionale, compito dell’ANPI è quello di «osservare con spirito critico e senso di responsabilità il mondo e il Paese che stanno cambiando». Non può esserci spirito critico senza riferimento ad un orizzonte ideale, senza riferimento cioè a valori liberamente condivisi, ossia a beni ritenuti essenziali che si pretende siano garantiti.

I valori di riferimento dell’ANPI sono quelli che, sebbene interpretati da forze diverse, hanno guidato la Resistenza e che poi hanno trovato espressione giuridica nella nostra Costituzione, ossia libertà, eguaglianza, democrazia, solidarietà, pace. Nessuno di questi valori può essere inteso e perseguito isolatamente, costituendo essi un sistema.

Per affrontare con spirito critico il presente è quindi necessario comprendere e mantenere vivo quel sistema di valori. Poiché esso è il prodotto della nostra storia nazionale, comprenderlo significa conservare la memoria delle lotte, ma anche della dialettica, che ne hanno reso possibile l’affermazione. È necessario conservare e preservare la memoria da tutti i revisionismi che, a diverso titolo, hanno cercato, cercano e cercheranno di modificarne, spesso deturpandoli, i tratti essenziali.

«L’ ANPI – è scritto nel Documento – non è la custode di un’antica reliquia, ma un soggetto che fa tesoro della memoria per intervenire nel presente e per disegnare il futuro». La nostra memoria è perciò una memoria attiva, intendendo con questa espressione la capacità di trasferire la nostra eredità «nell’azione civile e sociale, politica nell’accezione più larga ed alta della parola, in modo che essa non si limiti alla custodia del passato, ma diventi stella polare del presente e forza propulsiva per il futuro»

In questi ultimi anni, la nostra sezione ha esercitato una simile memoria, non limitandosi alla pur necessaria celebrazione di date canoniche del nostro calendario, ma cercando di dare risposte alle minacce provenienti dalla galassia nera del neofascismo (ricordiamo la nostra proposta di conferire la cittadinanza onoraria alla Senatrice Liliana Segre, accolta dall’amministrazione comunale); cercando di affrontare momenti duri e problematici della nostra storia, come quello delle foibe, interrogando i fatti nel contesto complessivo in cui si sono prodotti, subendo perciò l’attacco di chi intende strumentalizzare quelle vicende per delegittimare non solo alcune forze essenziali che lo resero possibile, ma l’intero movimento della Resistenza, nel tentativo di rivalutare il fascismo e quelle forze che ancora oggi ne rivendicano, implicitamente o esplicitamente, l’eredità (ci riferiamo al seminario dal titolo “Foibe. Per una memoria fondata sulla conoscenza storica”). Abbiamo ricordato le vicende degli scioperi contadini del maggio 1949 che interessarono il nostro territorio e in cui perse la vita il diciannovenne Pasquale Lombardi. Lo abbiamo fatto da ultimo con un convegno in cui si è avuto modo di conoscere e riflettere sulle lotte contadine in India (convegno organizzato in streaming nel maggio scorso insieme a Fronte Popolare). Ci siamo occupati delle lotte che hanno interessato, sul nostro territorio, gli operai di una grande casa di spedizioni, con l’intento di far conoscere le loro ragioni, quando sembrava che pochi se ne volessero occupare. Abbiamo preso posizione, concordemente con le scelte di tutta l’ANPI, nei referendum costituzionali. Siamo stati attenti, e continueremo ad esserlo, ad ogni tentativo volto a svuotare del loro senso democratico le istituzioni nazionali e quelle locali.

Vogliamo ricordare, in questa sede, che il rispetto delle minoranze politiche è ciò che contraddistingue, al di là del pur necessario rispetto formale delle procedure, l’agire democratico delle maggioranze. Queste sono tenute a non ostacolare il legittimo diritto delle minoranze ad essere le maggioranze di domani; devono quindi garantire l’accesso delle minoranze a tutti i canali di comunicazione istituzionale e non impedire loro la fruizione degli spazi pubblici per l’informazione ai cittadini. Ricordiamo, con le parole di Lelio Basso, che «l’opposizione è già, in quanto opposizione, portatrice di volontà e di aspirazioni che emanano dalla stessa fonte sovrana da cui emana il potere della maggioranza, cioè dal popolo, e di cui perciò anche la maggioranza deve sempre tener conto. È ormai riconosciuto che in un regime veramente democratico la maggioranza non dispone di un potere assoluto, non è arbitra di fare quello che le piace, ma deve sforzarsi di governare e legiferare tenendo conto anche del punto di vista dell’opposizione, e realizzando, quando sia possibile, un compromesso» (Il principe senza scettro). Queste parole valgono per ogni istituzione democratica, comprese le amministrazioni comunali.

Molti fenomeni, se letti e interpretati correttamente, ci informano che questi nostri tempi sono tempi di transizione, caratterizzati dalla preminenza delle tecnoscienze.

La conoscenza tecnico scientifica si estende sempre più e si specializza, pervadendo ogni ambito della vita sociale e personale, divenendo sempre più essenziale per la soddisfazione di bisogni umani e producendone di nuovi.

Lo sviluppo delle tecnoscienze avviene sempre in un ben determinato sistema di rapporti sociali di produzione, da cui perciò non si può prescindere se si vuole avere una visione chiara della loro natura, delle mete verso cui tendono. La possibilità che esse rispondano ad un’ eguale soddisfazione dei bisogni umani dipende perciò dal sistema di rapporti sociali in cui operano. Che esse vadano verso una maggiore uguaglianza delle condizioni di vita o verso un’accentuazione delle disuguaglianze dipenderà dalla capacità dei sistemi politici di guidare il cambiamento in atto.

Non si può pensare che possa essere solo la libertà di mercato a volgere al meglio lo sviluppo della tecnologia, mentre la politica dovrebbe limitarsi a costituzionalizzare le leggi di mercato e a intervenire per correggere le deviazioni da esse, secondo le ricette ordoliberali e neoliberiste.

Bisogna ripensare e ristabilire il ruolo dello Stato democratico. Bisogna sviluppare forme di controllo democratico dei processi economici, che concilino la libertà d’impresa con le finalità sociali della produzione, secondo i principi stabiliti dalla Costituzione. Bisogna mettere al centro dell’organizzazione sociale ed economica la gestione partecipata dei beni comuni.

Si tratta di mettere in cantiere una ricostruzione democratica della società italiana, recuperando la soggettività politica del popolo italiano, dopo la sua degenerazione in forme populistiche, resa inefficace da un ribellismo sterile, attualmente cavalcato da forze nazionalpopuliste e in alcuni casi espressamente neofasciste.

Una simile ricostruzione democratica della società richiede un demos formato e informato. Lo scenario delineato dalle nuove tecnologie può offrire nuove opportunità per lo sviluppo delle persone, per una migliore soddisfazione di bisogni autenticamente umani, per una più marcata eguaglianza; ma può portare anche al degrado delle persone, allo svuotamento delle coscienze, all’impoverimento dei pensieri, alla riduzione dei cittadini a passivi consumatori di merci. Tutto dipenderà dalla capacità di governare questi processi verso le prime opportunità, vigilando sui rischi di caduta verso i citati pericoli. Ciò può accadere solo in un quadro di democrazia, avendo cura di non fare di essa una formula vuota, ma realizzandola attraverso la partecipazione dei cittadini, basata su conoscenza e razionalità.

Bisognerà formare, secondo la lezione gramsciana, una «classe dirigente diffusa ed energica» da sostituire al «ribellismo elementare ed ingenuo», che da sempre è il prodotto di «un ceto dirigente scettico e poltrone» ed è alla base di ogni populismo regressivo.

Noi dell’A.N.P.I Mediglia-Pantigliate cercheremo, per quanto sarà nelle nostre possibilità, di contribuire al progetto che abbiamo delineato, chiedendo un contributo di tempo e di competenza a tutti i cittadini sensibili ai temi e ai valori proposti in questo documento.

La nostra sezione ha lavorato e lavorerà in collaborazione con altre associazioni e organizzazioni politiche per la formazione sul nostro territorio di un’alleanza per la democrazia, fondata sui valori della libertà, dell’eguaglianza, della solidarietà e della pace, per la difesa e la promozione della persona, avendo come riferimento i principi della Costituzione e in particolare il dettato dell’articolo 3:

«Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese»

                                                                                     Il Direttivo della Sezione

                                                                                        Pantigliate-Mediglia

Discorso del 25 Aprile a Mediglia

“Noi non ci collochiamo affatto tra coloro che si limitano a celebrare un evento che appartiene al passato; noi ci sentiamo investiti della responsabilità di un lascito, quello dei partigiani, ancora tutto da realizzare”

Il 25 aprile del 1945 il CLN Alta Italia proclamava l’insurrezione generale contro «la dominazione fascista sostenuta dalle baionette naziste». In questi termini il governo presieduto da Ivanoe Bonomi definì, nell’imminenza della liberazione, la triste vicenda della Repubblica di Salò, tragico epilogo del cupo ventennio in cui il fascismo trascinò l’Italia.

Oggi non festeggiamo la fine della seconda guerra mondiale, ma il giorno dell’insurrezione.

La scelta del 25 aprile quale data per festeggiare la liberazione non fu senza ragione: si volle vedere in quella data il riscatto del popolo italiano attraverso la sua insurrezione.

Riscatto morale innanzitutto. «Contro i partigiani– scrisse il filosofo Mario Dal Pra che fu partigiano – i  “pigri” e i “prudenti” avevano buon gioco nell’osservare che in realtà la caduta del fascismo e la sconfitta del nazismo sarebbero state conseguite unicamente grazie all’impegno delle forze alleate. Meglio dunque aspettare e stare alla finestra in attesa degli eventi. Proprio questa soluzione rappresentava per noi un sostanziale tradimento della moralità richiesta dalla situazione … per noi si poneva infatti il problema del riscatto morale di tutta la nazione: la lotta partigiana traeva la sua ragion d’essere da questa esigenza di una rinascita morale». Così concludeva il filosofo.

Era questo il riscatto a cui si ispiravano i soldati italiani che, dopo l’8 settembre e nel pieno marasma delle alte gerarchie, decisero di organizzarsi in corpo autonomo, unendosi agli eserciti alleati che risalivano l’Italia. Ancor più forte appare la voglia di riscatto di quei soldati italiani che rifiutarono di indossare la divisa tedesca che i nazisti volevano imporre loro: «Avevo giurato fedeltà all’esercito italiano, non all’alleanza fra Hitler e Mussolini», affermava poco tempo fa Michele Montagnano, Ufficiale della divisione Acqui. “La mia coscienza di italiano è integra”, scrisse in un biglietto, fortunosamente ritrovato, gettato fuori dal treno che lo deportava. Il rifiuto di sottomettersi ai tedeschi provocò il massacro dei militari italiani a Cefalonia e la deportazione di seicentocinquantamila soldati nei campi di concentramento, da cui  quarantamila non tornarono.

Questo fu lo spirito della Resistenza e a nulla serve il fango che si è gettato e si continua a gettare contro di essa al fine di sminuirne il valore. I partigiani, di diversa estrazione sociale, politica e culturale vollero riscattare la dignità della Patria abbrutita da vent’anni di fascismo.

Il fascismo fu la risposta degenere alla crisi del sistema politico liberale, ai nodi irrisolti della storia d’Italia a partire dalla sua formazione.  Il fascismo come autobiografia della nazione, secondo la fortunata formula di Piero Gobetti. I partigiani, muovendo da diverse tradizioni culturali e politiche, volevano segnare una rottura con quell’Italia che aveva generato dal suo seno il regime fascista.

Il 9 dicembre del 1947, a Roma sfilarono in corteo 60.000 partigiani in occasione del primo congresso dell’ANPI. Luigi Longo, che parlò a conclusione della manifestazione, ribadì che «noi partigiani – così disse – non ci sentiamo affatto nell’età in cui ci si possa considerare come oggetti da museo. Davanti a noi stanno ancora incompiuti i grandi compiti di ricostruzione e di rinnovamento per cui combattemmo. Noi insorgemmo non solo per scacciare tedeschi e fascisti. La cacciata di costoro era di premessa per creare un’Italia nuova».

Dall’insurrezione del 25 aprile doveva nascere la nuova Italia. È questa l’eredità della Resistenza: la costruzione di una nuova Italia. Costruzione tutt’ora da realizzare e sempre minacciata dalle forze della reazione. Si tratta di quelle forze che hanno in parte ritardato e in parte impedito la realizzazione delle promesse contenute nella nostra Costituzione. Sono quelle forze che hanno preso forma nelle trame nere, nei tentativi di colpo di stato, nelle stragi impunite, nei servizi segreti deviati. Ma sono anche quelle forze che ripetutamente cercano di mettere in discussione il valore della Resistenza o di cambiare in profondità la nostra Costituzione. Noi non ci collochiamo affatto tra coloro che si limitano a celebrare un evento che appartiene al passato; noi ci sentiamo investiti della responsabilità di un lascito, quello dei partigiani, ancora tutto da realizzare.

I ragazzi, tali erano in gran parte, che salirono in montagna, che operarono nelle città, le donne che lottarono con loro o dettero loro sostegno e rifugio, scelsero di distinguersi da quella zona grigia fatta di indifferenza, di inclinazione a servire per proprio tornaconto, di cura del proprio ‘particulare’ ad ogni costo. Scelsero di contrapporsi a quell’humus da cui il fascismo traeva il suo consenso. Purtroppo è questo lo stesso humus che, sempre latente, è stato in parte riportato in auge dalla prima repubblica declinante e da quella che le è succeduta; da coloro che hanno lavorato per mettere a tacere le grandi passioni politiche che erano soprattutto passioni etico-politiche.  Così quando il sistema politico è entrato nuovamente in crisi, come già accadde dopo la prima guerra mondiale, ci siamo trovati privi di quelle grandi culture che avevano guidato i ragazzi della Resistenza e al loro posto sono subentrati il rancore, la paura, gli interessi privati o di consorteria.

La pandemia che sta piegando le nostre economie e che ha privato alcuni di noi dei propri cari, ha messo in chiaro, insieme ad alcune eccellenze, i limiti strutturali della nostra società. Ha mostrato il gran cuore di coloro che, nelle corsie degli ospedali ma non solo, hanno dato tutto di sé stessi sino alla vita. Ma ha anche messo in chiaro i danni che politiche dissennate hanno recato alla sanità pubblica, alla medicina territoriale, allo stato sociale in generale. Quando un giorno si farà l’analisi di questi anni, si vedrà quante vite possono essere messe in carico a queste carenze strutturali e ad una mentalità economicista che, davanti all’evidente tragedia che stava per travolgerci, invitava le persone a comportarsi come se il tutto fosse derubricabile a poco più di un’influenza.

Oggi che ci accingiamo ad uscire da un periodo buio e incombono i doveri della ricostruzione, abbiamo bisogno di una rinnovata etica pubblica, come quella che alimentò la Resistenza.

Nel corso degli ultimi decenni, per tutti coloro che si sono formati nell’epoca in cui le grandi culture politiche, anche se assediate e insidiate da più parti, occupavano ancora la scena; che hanno creduto nel valore dell’etica pubblica; che hanno visto i propri valori messi in discussione dagli intraprendenti imprenditori dell’oggi e da chi si lasciava trascinare con successo dal flusso dei tempi; per tutti loro è stata ed è forte la tentazione di abbandonare le armi del pensiero e dell’azione democratica e, come reduci sconfitti, tacere. Per tutti loro valgano da monito le parole di Giacomo Ulivi, ragazzo di 19 anni fucilato dalle brigate nere a Modena il 10 novembre del 1944, che così scriveva prima di morire: «Non dite che siete scoraggiati, che non ne volete più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere».

GIORNO DEL RICORDO

“Non a caso esce in questi giorni carichi di memoria il volumetto con gli atti del convegno nazionale sul tema “Il fascismo di confine e il dramma di foibe” svoltosi a Roma il 4 febbraio 2020. Demmo vita a questo convegno nel febbraio dello scorso anno con l’ambizione di contribuire alla ricerca storica su quel tempo terribile attraverso l’intervento di quattro storici e ricercatori di chiara fama: Giovanni De Luna, Anna Maria Vinci, Franco Cecotti, Marta Verginella. L’obiettivo era approfondire i temi senza alcuna reticenza e contrastare il disegno da anni in corso di riduzione della storia a uno strumento della politica, proponendo invece una politica che faccia davvero i conti con la storia. Oggi l’argomento è quanto mai attuale, perché, coerentemente con i miasmi dell’attuale vento neo-nazionalista, va avanti nel dibattito pubblico una pesante operazione su scala nazionale tesa a presentare l’insieme del movimento partigiano italiano e slavo come qualcosa di simile a un movimento criminale, e ad assolvere, di converso, il fascismo nel più generale disegno di costruzione di un memoriale vittimario fascista.

La tecnica di queste forme di revisionismo consiste prevalentemente nell’isolare la singola vicenda o il singolo episodio al di fuori del suo contesto e delle sue cause, o nell’omettere consapevolmente e colpevolmente qualsiasi riferimento ai crimini del fascismo o addirittura nel negare legittimità morale, oltre che culturale, a chiunque intenda approfondire la dinamica e il contesto di tali crimini, ovvero, nella migliore delle ipotesi, a mettere sullo stesso piano ogni episodio di violenza, al fine di dimostrare la tesi per cui “tutti colpevoli, nessun colpevole”.

Siamo perciò davanti a questa vera e propria campagna di omissioni tendenziose, di delegittimazione di qualsiasi opinione avversa, in alcuni casi di vere e proprie falsificazioni, con l’obiettivo in ultima analisi di scalzare la Resistenza come radice, ragione della Repubblica e scrigno dei suoi valori fondativi. Per questo c’è bisogno di una risposta forte e risoluta, che ristabilisca in modo aperto e deciso la verità storica, che non si limiti a rispondere a questa o quella provocazione, ma metta a tema l’ininterrotta sequela dei crimini del fascismo.

Oggi non si parla dei delitti del fascismo di confine, che rappresentò per molti aspetti il cruento avvio del ventennio e proseguì a lungo avvelenando la terra di confine. Non si parla della follia megalomane, omicida e suicida, dell’ingresso dell’Italia in guerra nel 1940. Non si parla dell’invasione della Jugoslavia col suo spaventoso carico di stragi e di violenze. Non si parla della catastrofica invasione dell’Unione Sovietica. Non si parla di una politica coloniale di repressione criminale. Non si parla, in breve, di tutti i misfatti di un regime la cui cifra era la violenza omicida in politica interna – basti pensare alle sevizie e gli assassinii in generale ed in particolare verso centinaia di donne -, l’occupazione militare in politica estera, il razzismo e la prevaricazione la sua filosofia di vita.

Esattamente per queste ragioni noi, l’ANPI, ne parliamo e ne parleremo, anche “allo scopo di far conoscere in forma obiettiva ai cittadini e particolarmente ai giovani delle scuole l’attività antidemocratica del fascismo”, come recita il 9° comma della Legge n. 645 del 1952 (legge Scelba),

peraltro mai applicato.

La pubblicazione degli atti del convegno sul fascismo di confine e sul dramma delle foibe costituisce un’altra tessera del grande mosaico del contrasto attivo, che pratichiamo ogni giorno, al revisionismo dominante; rientra nel rilancio di quello “spirito repubblicano” che è alla base del lavoro dei padri e delle madri costituenti; è pienamente inscritto dei compiti statutari dell’ANPI: “battersi affinché i princìpi informatori della Guerra di Liberazione divengano elementi essenziali nella formazione delle giovani generazioni” e “tutelare l’onore e il nome partigiano contro ogni forma di vilipendio o di speculazione”.

Gianfranco Pagliarulo – Presidente nazionale ANPI

“UNIAMOCI PER SALVARE L’ITALIA”

Il testo dell’appello per una grande Alleanza democratica e antifascista promosso da Associazioni, Movimenti, Partiti, Sindacati nazionali. Tra questi: ANPI, ARCI, CGIL, CISL, UIL, 6000sardine, Partito Democratico, M5S, Articolo 1

Uniamoci per salvare l’Italia. Per sconfiggere la pandemia, ricostruire il Paese, promuovere una democrazia più ampia e più forte, urge l’impegno delle forze migliori della società. Occorre una nuova visione per il nostro Paese. Cambiare per rinascere, ricomporre ciò che è disperso, unire ciò che è diviso, donare vicinanza dove c’è solitudine, vincere la paura costruendo fiducia.

Lanciamo un appello per una grande alleanza democratica e antifascista per la persona, il lavoro e la socialità, mettendo a valore ogni energia disponibile dell’associazionismo, del volontariato, del Terzo settore, del movimento sindacale, della cooperazione, delle giovani generazioni, del mondo della cultura, dell’informazione, delle arti e della scienza, della società civile, della buona economia, col sostegno delle istituzioni e dei partiti democratici.

Un’alleanza che guardi al dramma presente attraverso i valori della solidarietà e della prossimità promuovendo una nuova cultura politica dell’ascolto e dell’incontro, ma guardi anche al futuro, affinché l’Italia del dopo Covid non sia la restaurazione dei vecchi e fallimentari modelli economici e valoriali, ma si avvii verso il cambiamento sulla strada tracciata dalla Costituzione.

Un’alleanza che contrasti l’insopportabile crescere delle diseguaglianze, combatta l’avanzare incessante delle mafie e della corruzione, sostenga il valore della vita e la dignità della persona umana e il lavoro come fondamento della Repubblica, assuma il valore e la cultura della differenza di genere, rivendichi la tutela della salute come diritto fondamentale, la centralità della scuola e della formazione, la piena e reale libertà di informazione oggi insidiata da vere e proprie intimidazioni.

Un’alleanza che unisca giovani e anziani, donne e uomini, laici e religiosi, persone di diverse opinioni, ma unite sui principi dell’antifascismo, per un Paese che torni a progredire pienamente, su basi nuove, sulla strada della democrazia e della partecipazione e dove l’economia sia finalmente al servizio della società e della persona, come più volte ricordato anche da Papa Francesco.

Un’alleanza che abbia a base i valori non negoziabili della pace e dei diritti umani, che si opponga all’escalation dei focolai di guerra che generano una insensata corsa alla produzione di armamenti, che abbia nell’agenda e nel cuore l’impegno per la difesa dell’ambiente e contro la crisi climatica, che guardi all’Europa davvero dei popoli, un’Europa come una risorsa e non come un nemico, che si opponga ad ogni violazione della legalità democratica, che consegni al nostro popolo e alle giovani generazioni l’insegnamento del passato e la speranza del futuro.

Un’alleanza che dia nuova vitalità alla partecipazione democratica in un Parlamento del quale sia assicurata la centralità nei processi politici e decisionali.

La democrazia infatti non è un bene acquisito per sempre, ma richiede cure quotidiane, come dimostrano i drammatici fatti di Capitol Hill e le gravissime responsabilità di Trump.

Questo è il messaggio che intendiamo portare ovunque sul territorio, affinché si trasformi in una inedita, pacifica e potente mobilitazione nazionale.

Abbiamo alle spalle una straordinaria esperienza di valori chiamata Antifascismo e Resistenza, sulla cui base sono nate la Repubblica e la Costituzione, cioè la nuova Italia. Sono i valori della giustizia sociale, della libertà, della democrazia, della solidarietà, della pace, del lavoro. È giunto il momento di promuovere con lo sguardo di oggi un impegno democratico e antifascista che viene da lontano: uniamoci per salvare l’Italia, uniamoci per cambiare l’Italia.

ANPI • ACLI • ANED • ANPPIA • ARCI • Articolo 1 • Articolo 21 • ARS • CGIL • CISL • Comitati Dossetti • CDC • CUS • FIAP • FIVL • Fondazione CVL • Istituto Alcide Cervi • Legambiente • Libera • Libertà e Giustizia • M5S • PCI • PD • PRC • Rete della Conoscenza • 6000sardine • Sinistra Italiana • UIL • UDU

DOCUMENTO POLITICO PER IL CONGRESSO DELLA SEZIONE ANPI PANTIGLIATE-MEDIGLIA 23 NOVEMBRE 2018

La nostra carta d’identità
Un documento politico non può svolgersi se non tenendo presente lo Statuto dell’ANPI perché lì, all’articolo 2, si definisce la sua natura e quindi la sua funzione nell’Italia contemporanea. Natura e funzioni che sono state riaffermate con estrema chiarezza nel Documento politico-programmatico votato a larghissima maggioranza nel Congresso di Torino del 2011. «L’ANPI non è un partito. Si aderisce all’ANPI non per una scelta di schieramento partitico bensì per la sua storia, per la memoria, per i valori ed i princìpi dell’antifascismo e della Resistenza che l’Associazione rappresenta e difende battendosi per il rispetto e l’attuazione della Costituzione, oltre che per i contenuti delle sue politiche e per la condivisione del suo Statuto. L’ANPI rispetta e collabora con le istituzioni della Repubblica quali conquiste della Resistenza anche quando, a seguito di elezioni, sono governate da esponenti della destra. Si batte affinché chi governa transitoriamente – Comuni, Province, Regioni e lo Stato – operi in ottemperanza ai valori, ai princìpi e alle norme sancite dalla Costituzione e dall’ordinamento dello Stato. Quando ciò non avviene, lo si contrasta con le armi della democrazia distinguendo sempre le istituzioni da rispettare e difendere e con le quali collaborare, dalle politiche e dalle ideologie di chi le governa alle quali opporsi quando necessario … L’ANPI è “la casa” di tutti gli antifascisti che credono nei valori della Costituzione».
Una costituzione antifascista
Oggi assistiamo ad una preoccupante diffusione del fascismo del terzo millennio (come si è autodefinito in alcuni casi), che affonda le sue radici nel fascismo storico. Non bisogna mai sottovalutare questo fascismo, ritenerlo appartenente al passato. Non bisogna lasciare spazio alla vulgata, diffusa in ampi strati della classe politica, sia locale che nazionale, secondo cui l’antifascismo è una categoria anacronistica, da affidare alla storiografia ma non più adeguata all’oggi.
Nella seduta del 4 marzo 1947 dell’Assemblea Costituente, quando si cominciò a discutere la bozza di Carta Costituzionale redatta dalla Commissione dei Settantacinque, Piero Calamandrei manifestò perplessità riguardo alla collocazione della proibizione della ricostituzione del partito fascista tra le disposizioni transitorie. La minaccia di ricostituzione del fascismo non poteva essere considerata transitoria, poiché transitorio può essere un nome, ma non una sostanza. Calamandrei intuiva che il fascismo poteva tornare sotto altri nomi, indossando altre vesti. In questi giorni stiamo sperimentando l’attualità della preoccupazione di Calamandrei.
Affermazione dei diritti sociali
La centralità dei diritti sociali nella nostra Costituzione configura una democrazia sociale. Non una democrazia già realizzata, ma una democrazia da realizzare attraverso la legislazione ordinaria e la partecipazione dei cittadini.
Come ebbe a dire Calamandrei, sempre nella citata seduta dell’Assemblea costituente, la Costituzione non giungeva a compimento di una rivoluzione, ma doveva essere la guida di una società da costruire. «Questo progetto di Costituzione – disse – non è l’epilogo di
una rivoluzione già fatta, ma è il preludio, l’introduzione, l’annuncio di una rivoluzione, nel senso giuridico e legalitario, ancora da fare». La Costituzione doveva dare, e ha dato, i principi di una società da costruire, e tra quei principi grande parte hanno i diritti sociali. Nel 1952 Giuseppe Di Vittorio auspicava la redazione di una Carta dei diritti dei lavoratori che portasse la Costituzione nelle fabbriche. Ciò fu fatto con lo Statuto dei lavoratori del 1970.
Sin dal suo varo la Costituzione non ebbe vita facile per l’avversione delle forze conservatrici. Ci fu poi una stagione in cui la Costituzione ebbe un ruolo importante nei processi di modernizzazione della società, quei processi che videro protagonisti diversi: il movimento operaio guidato dalle sue espressioni politiche e sindacali, le donne, i giovani.
A partire dagli anni 70 cominciò la controffensiva neoliberista, ispirata da un movimento internazionale che trovava nella Commissione Trilaterale, nel Club Bilderberg, negli incontri di Davos le sue migliori forme organizzative. In questi luoghi si cominciarono a formare le classi politiche che avrebbero poi retto le sorti del mondo occidentale negli anni successivi. Furono il pensiero e la prassi elaborati in quei luoghi a far breccia nel mondo della sinistra.
Nei documenti elaborati in quelle sedi, l’indice veniva puntato sul movimento operaio, sulle eccessive richieste di giustizia sociale rivolte ai governi e quindi sull’organizzazione delle democrazie nate dopo le esperienze della seconda guerra mondiale.
Il Report JP Morgan del maggio 2013 non ha costituito una novità, inserendosi nell’orizzonte ideologico già sperimentato a partire dagli anni Settanta del secolo scorso. «I sistemi politici dei paesi del sud – troviamo scritto in quel report – e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di
caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea»
«I sistemi politici della periferia meridionale – continua lo stesso report – sono stati instaurati in seguito alla caduta di dittature, e sono rimasti segnati da quell’esperienza. Le costituzioni mostrano una forte influenza delle idee socialiste, e in ciò riflettono la grande forza politica raggiunta dai partiti di sinistra dopo la sconfitta del fascismo». Qui non si tratta di una semplice constatazione, ma dell’indicazione di un ostacolo da rimuovere.
Quanto meno a partire dagli anni Novanta del secolo scorso, si è assistito ad una combinazione di politiche volte a liquidare ogni parvenza di organizzazione politica dei lavoratori, ad attacchi espliciti o velati alle maggiori organizzazioni sindacali e in particolare alla CGIL, congiunti a provvedimenti di liberalizzazione del mercato del lavoro con conseguente lesione dei diritti dei lavoratori, a riforme del sistema scolastico e universitario volte sempre più ad istruire una forza lavoro docile e sempre meno a formare, ad una campagna di privatizzazioni che hanno mercificato beni comuni importanti, dall’arte, al sapere, all’acqua, alla riduzione della spesa sociale e sanitaria. È in questo quadro che bisogna inserire le riforme della Costituzione, quelle riuscite e quelle tentate. È proprio lo scenario complessivo in cui esse si inserivano che rendeva e rende poco credibili le motivazioni che per esse si adducevano: maggiore efficienza nell’iter legislativo, riduzione dei costi della politica e così via. L’insieme di politiche sociali, economiche e di riforme costituzionali corrispondeva perfettamente alle linee tracciate a partire dagli anni Settanta nelle roccaforti del neoliberismo. Si è trattato della liquidazione della promessa di democrazia fondata sui diritti sociali implicita nella nostra Costituzione.
La crisi del 2008, nel cui orizzonte ancora ci troviamo, non è stata causata dal perdurare del sistema dei diritti sociali e dalla forza contrattuale delle organizzazioni dei lavoratori, ma dalla loro sostanziale liquidazione da parte del neoliberismo dominante negli USA. Quella crisi è stata una crisi finanziaria, ma le ragioni ultime sono da ricercare in una domanda interna sostenuta dall’indebitamento, essendo i salari notevolmente indeboliti dalla controffensiva dei detentori di capitali. Ciò che risulta paradossale è che in Europa si è tentato di curare la malattia ricorrendo al veleno che l’aveva generata.
Oggi stiamo subendo il fallimento di quelle politiche e l’estremo disorientamento di quei soggetti che, invece di arginare il dilagare del neoliberismo, come esigeva la loro base sociale tradizionale, lo hanno assecondato.
Ridare idealità alla politica
Lungi l’idea che l’ANPI possa surrogare il ruolo delle forze politiche, essa può tuttavia far valere la propria autorevolezza per indicare una via d’uscita, per ricostituire un sistema di valori morali e culturali da affidare ad una nuova classe politica che abbia a cuore la democrazia fondata sui diritti sociali incardinati nella Costituzione.
L’ANPI non è un partito politico, né un soggetto sindacale. Ciò nonostante non può restare indifferente alla crisi del sistema dei partiti, denunciandone le degenerazioni e le deviazioni dai valori fondanti della Repubblica nata dalla Resistenza. Ha l’obbligo di vigilare senza faziosità sull’operato delle forze politiche.
L’ANPI deve dare il proprio contributo alla ricostituzione del valore ideale della politica, poiché proprio nel venir meno di una politica ancorata a degli ideali è da ricercare la causa delle degenerazioni del
sistema dei partiti, che hanno prodotto la disaffezione dei cittadini nei confronti della politica, aprendo la strada agli attuali populismi. Quando la politica perde la vocazione progettuale ispirata ad idee, diventa prassi organizzata per la conquista, la gestione e la conservazione del potere fine a sé stesso. Il patrimonio ideale offerto dall’ANPI è quello costituitosi nella lotta contro il fascismo e nella Resistenza. Patrimonio oggi più che mai attuale.
L’impegno per un’Europa unita e sociale
A partire dagli anni ’90 del secolo scorso abbiamo assistito al ripetersi dei tentativi di delegittimare le istituzioni democratiche: il Presidente della Repubblica, il Parlamento, la Magistratura. Sebbene usato in modi diversi, il grimaldello attraverso cui si è cercato di scardinare l’impianto costituzionale è stata l’invocazione dell’investitura popolare, il rapporto plebiscitario col popolo al di là delle mediazioni tipiche della democrazia rappresentativa. In ciò consiste propriamente il populismo.
Fortunatamente le istituzioni democratiche continuano a reggere, ma i pronunciamenti di autorevoli esponenti del governo se da una parte rivelano il loro analfabetismo costituzionale, dall’altra diffondono e alimentano un’idea distorta della democrazia.
Bisogna ribadire che la sovranità popolare ha consistenza solo nelle forme stabilite dalla Costituzione e che fuori da queste forme diviene un mito ad uso e consumo di avventurieri potenzialmente eversori dell’ordine democratico. Con le parole di Giuseppe Dossetti possiamo dire che «invece di una democrazia rappresentativa (parlamentare), con le sue procedure dialogiche e le inevitabili mediazioni di ragioni contrapposte a confronto», rischiamo di avere «una democrazia populista, inevitabilmente influenzata da grandi campagne mediatiche, senza
razionalità e appellantesi soprattutto a mozioni istintive e a impulsi emotivi, che trasformeranno i referendum in plebisciti e praticamente ridurranno il consenso del popolo sovrano a un mero applauso al Sovrano del popolo». L’attuale sovranismo, agitato in chiave antieuropea, si nutre di questa sovranità mitica.
La nostra Costituzione, nel dare al popolo italiano un ordinamento democratico, lo ha voluto preservare dalle degenerazioni nazionalistiche. Lo ha fatto con l’articolo 11. In esso riecheggia il monito del Manifesto di Ventotene: «La sovranità assoluta degli stati nazionali ha portato alla volontà di dominio sugli altri e considera suo “spazio vitale” territori sempre più vasti che gli permettano di muoversi liberamente e di assicurarsi i mezzi di esistenza senza dipendere da alcuno. Questa volontà di dominio non potrebbe acquietarsi che nell’egemonia dello stato più forte su tutti gli altri asserviti».
Il sovranismo è una minaccia per la pace. Contro di esso bisogna affermare l’idea di un’Europa sociale.
Pur riconoscendo la necessità di riformare profondamente le sue istituzioni e il suo fondamento, l’Unione Europea costituisce il terreno su cui contrastare il sovranismo emergente. Per questo non si può restare indifferenti riguardo ai possibili esiti delle prossime elezioni europee.
Bisogna impegnarsi per portare in Europa i valori della nostra Costituzione, che non sono valori nazionali ma universali. Innanzitutto il valore universale della persona umana e ciò che la sua affermazione comporta, ossia la rimozione degli «ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la liberta e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana» (Art. 3 Cost.).
Un altro mondo sarà possibile se sarà possibile un nuovo umanesimo. Un umanesimo rispettoso delle differenze, a cui riconoscere pari dignità. Un umanesimo cultore di molteplici esperienze di vita e perciò ostile ad ogni forma di riduzionismo. Un umanesimo in cui l’unica intolleranza ammessa sarà quella nei confronti del fascismo e dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo.
I diritti dei migranti
La questione dei migranti sollecita la nostra sensibilità costituzionale sotto molteplici aspetti. Quello più immediato è il problema dell’accoglienza. Qui il protagonismo del Ministro degli Interni si è spesso collocato al limite della legalità e sicuramente oltre ogni decenza umanitaria. Il riferimento è non solo alla vicenda dei migranti sequestrati sulle navi della marina italiana, ma alla guerra a bassa intensità, fatta di tagli di fondi e vari ostruzionismi, a tutti coloro che a vario titolo si occupano di accoglienza. Guerra che è sfociata in un decreto sull’immigrazione i cui tratti incostituzionali sono, a detta di molti, notevoli.
L’intelligenza richiede l’arte difficile dei distinguo e delle ponderate valutazioni; ma oggi l’intelligenza sembra disarmata di fronte all’approssimazione, alla grossolana semplificazione, all’elevare a criterio di giudizio un’impressione immediata; essendo tutto ciò fomentato da buona parte della classe politica. Così risulta difficile comprendere la gravità del ricorso alla decretazione d’urgenza per una materia, l’immigrazione, che, in quanto fenomeno profondo e di lunga durata del nostro tempo, richiede una legislazione ponderata e condivisa con tutti i soggetti che da anni si confrontano con questo problema. Invece si sceglie la via della legislazione calata dall’alto, che
esclude non solo gli attori più accreditati, ma lo stesso Parlamento a cui viene imposta la fiducia nel momento della conversione.
In un clima di terrore demagogico, risulta difficile spiegare la gravità implicita nel fatto che per questo decreto l’essere migrante non è una condizione, ma uno stigma che determina negativamente la posizione di fronte alla legge di colui che ne è portatore. Per il migrante non valgono la presunzione di non colpevolezza e il diritto di difesa.
Il modello Riace è la prova tangibile che il fenomeno dell’immigrazione può essere gestito nel rispetto dei diritti umani e positivamente per le comunità locali. Una simile testimonianza è letale per una politica che acquisisce consensi agitando il pericolo inesistente dell’invasione di migranti refrattari ad ogni inclusione. Quindi è stato fatto di tutto, ancor prima delle ultime vicende legali, per annientare un simile modello. Con l’eliminazione di fatto della protezione umanitaria prevista dal decreto in questione (vale solo per un numero limitato di casi), a quel modello viene tolta la linfa vitale.
L’ANPI deve contrapporsi con fermezza alla deriva umanitaria a cui assistiamo. Deve informare sulle cause reali che spingono tante persone a lasciare le loro terre. Deve far conoscere le storie di queste persone, rompendo il cliché del migrante creato dai fomentatori di odio. Deve sostenere l’inclusione dei migranti.
«Dobbiamo opporre quotidianità»
Abbiamo sotto gli occhi il progressivo prender piede di un senso comune degradato, in cui fanno da padroni la paura, il rancore, l’invidia, l’odio. È questo senso comune, alimentato ad arte da alcune forze politiche, che si riverbera nei social e su cui fa presa una comunicazione di massa unicamente interessata all’audience e allo share.
Questo degrado del senso comune non è una calamità naturale, ma il risultato di politiche scientemente perseguite da alcuni e che altri hanno consentito di perseguire.
Il neoliberismo non ha solo determinato le politiche economiche e influenzato parte dell’ordinamento giuridico, ma ha pervaso di sé le relazioni sociali, ha colonizzato il senso comune.
Gli artefici dell’egemonia liberale sanno bene che il senso comune è il primo caposaldo da conquistare per attuare col consenso gli obiettivi politici ed economici. Hanno perciò agito in profondità, destrutturando l’immaginario democratico e solidale. Hanno instillato progressivamente l’idea che i diritti sociali conquistati non sono altro che dei privilegi; che bisogna comprare sul mercato quei beni che per loro natura hanno un carattere e un fondamento sociale (salute, cultura, sapere, un ambiente sano); hanno veicolato l’dea che non esiste la società ma solo degli individui di fatto l’un contro l’altro armati, che ognuno deve imputare a se stesso i propri successi e i propri fallimenti, così che la povertà non ha cause sociali, non trova cioè la sua ragion d’essere in meccanismi economici aberranti, ma è solo un accidente su cui si deve intervenire solo caritatevolmente. Non esistono diritti da rivendicare, ma preghiere da rivolgere ai potenti.
Per questa ragione bisogna ripartire dal senso comune. Bisogna ricominciare a instillare, con le parole e con le azioni, un’altra prospettiva, un altro modo di stare nel mondo e tra le persone. Poiché il senso comune si costituisce nell’agire quotidiano, allo stato di cose presenti bisogna «opporre quotidianità», come ha detto recentemente il presidente emerito Carlo Smuraglia. È necessario cioè stare in mezzo alla gente, organizzare una presenza costante dell’ANPI, sfruttando al meglio le risorse disponibili.